Quando la massa diventa “web”

Inserito in Gruppi e Società

“(…) All’interno di una massa e per influsso di questa, il singolo subisce una profonda modificazione della propria attività psichica.”

Era il 1921 quando Sigmund Freud scrisse queste parole nel suo prezioso Psicologia delle masse. Quest’opera, così significativa sia per l’evoluzione della psicoanalisi che per la storia della psicologia dei gruppi, mi ritorna in mente in questi giorni così densi di dibattiti sul “web” e sulla sua “follia”.

Dalla pubblicazione di quest’opera, ancora incentrata sul modello pulsionale, è passato ormai quasi un secolo; gli studi e le ricerche sulle folle, le masse, i gruppi allargati, sono stati innumerevoli, nell’ambito della psicologia sociale, della psicodinamica dei gruppi, della psicologia di comunità. La tendenza, che compare in ogni moltitudine umana, a formare una massa psicologica è stata ben scandagliata, così come le caratteristiche tipiche dei grandi gruppi.

La lunga scia del terremoto

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Inizialmente, ho accolto sia con fastidio che con stupore, le varie indignazioni polemiche che si sono susseguite a raffica, una dietro all’altra, a partire dal giorno in cui si è verificata la prima violenta scossa di terremoto fino ad oggi, mobilitando l’opinione pubblica ora in un verso, ora in un altro, alimentando tensioni, sollevando polveroni.

Ormai l’informazione, e la falsa informazione, corrono principalmente lungo i binari dei social network, ed è noto quanto indignazioni e contro-indignazioni siano quasi “indotte” dalla condivisione a catena di link e (pseudo) notizie. È noto, inoltre, quanto queste indignazioni abbiano vita breve e vengano velocemente soppiantate da altre. L’estate del 2014, ad esempio, ha visto una mobilitazione generale intorno alla questione palestinese, una mobilitazione accesa, viva, conflittuale, che improvvisamente si è interrotta. Lo stesso è accaduto l’estate successiva, nel 2015, quando l’attenzione di tutti si è concentrata sulla situazione critica della Grecia, fino a che, sempre all’improvviso, nessuno si è più chiesto che fine avessero fatto i greci. E così è accaduto tutte le altre volte in cui si è verificato un attentato, un golpe, un incidente ferroviario.

Ancora il razzismo?

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Il tragico epilogo della storia già travagliata di Emmanuel, il nigeriano ucciso a Fermo, e la contemporanea riflessione sul numero crescente degli afroamericani uccisi dai poliziotti negli USA, hanno portato nuovamente l’opinione pubblica a soffermarsi sul fenomeno del razzismo che, strano ma vero, continua a pulsare.

Basta salire su un autobus, stare in fila alle poste, o girare tra le pagine dei social network, per ascoltare o leggere discorsi pieni di rabbia nei confronti dei migranti, che sembrano essere diventati il capro espiatorio verso cui riversare regolarmente rabbia e livore. L’aumento dei flussi migratori, in un periodo così critico dal punto di vista economico e lavorativo, sembra aver risvegliato nella popolazione già fragile ansie di tipo paranoico e reazioni difensive aggressive. La paura di essere invasi e di perdere la propria identità nazionale, strumentalmente utilizzata da leader politici poco accorti alle conseguenze di certe dichiarazioni, fa pensare a una regressione collettiva della capacità di integrare nella propria esperienza determinati eventi e di utilizzare difese costruttive ed evolute. Ma perché accade ciò?